Shakespeare 450: Giorello e Boncinelli rendono omaggio al grande drammaturgo

A 450 anni dalla nascita del grande drammaturgo arriva Shakespeare 450, volume scritto a quattro mani da Giulio Giorello ed Edoardo Boncinelli, dedicato al Bardo che ammaliò e continua ad ammaliare intere generazioni. Lo Shakespeare analizzato da Giorello e Boncinelli non è quello reputato dalla critica tradizionale, quindi il fine studioso della psiche umana, bensì un autore capace di donare ai suoi personaggi una volontà che va oltre le manovre di un dio, restituendo all'uomo quel libero arbitrio così fondamentale nella sua esperienza del mondo.

Dalla loro “storicizzazione” i personaggi protagonisti dei drammi di Shakespeare sono sempre stati considerati nel loro essere più delle figure retoriche che dei veri e propri uomini, delle metafore delle virtù, delle passioni, e delle debolezze umane piuttosto che i padroni del loro destino. In questa inedita revisione della figura del grande drammaturgo, invece, Giorello e Boncinelli intendono donare ai personaggi del Bardo quella forza caratteriale propria così spesso esclusa dalle critiche anche dei maggiori esperti del teatro shakespeariano. Quindi così come Cleopatra, nel dramma Antonio e Cleopatra, riacquista tutto il suo più proprio furore drammatico e sensuale, a scapito del ruolo di donna votata esclusivamente all'auto-annichilimento, Amleto ritrova la sua necessità in quanto uomo, nel suo desiderare e al tempo stesso aver timore di qualcosa oltre la vita, in un impeto che anziché tracciare i moti dello spirito umano, caratterizza l'uomo al centro di intrighi di corte a lui estranei, in un rifiuto che, più che divino, è chiaramente umano. In questo ritorno al tragico umano, i due autori rilevano l'anima più propria del drammaturgo, anche alla luce delle nuove analisi prodotte dalla critica teatrale novecentesca, in cui la figura di Shakespeare viene separata dagli stereotipi del passato, e ricondotta ai caratteri più propri dell'uomo moderno. Giorello sottolinea a questo proposito, nel testo, la grande influenza che esercitò il filosofo Giordano Bruno sul drammaturgo, le cui idee di rottura con un passato fortemente soggiogato dai poteri religiosi spingono Shakespeare ad abbandonare, nei suoi drammi, una concezione del mondo e dell'esperienza basata unicamente sul verbo divino. L'uomo acquista quindi sempre più un ruolo centrale all'interno della propria storia e della propria esperienza, riprendendosi in mano la vita, e sconfiggendo i modelli teologici che così tanti danni hanno inflitto alla psiche umana. Ciò non toglie che Shakespeare indagò anche a fondo i residui di una mentalità prettamente medievale attraverso i personaggi scaturiti dalla sua penna, ma, al tempo stesso, come viene sottolineato da Giorello, avviene una emancipazione in tal senso, un sentimento di rifiuto caratterizza e accomuna infatti i protagonisti delle vicende shakespeariane. Secondo il filosofo italiano, quindi, Shakespeare trasportò tutto sé stesso, tutto il proprio spirito umanista e modernista, all'interno dei suoi drammi, restituendoci così una figura sfaccettata e tormentata, incline al rifiuto per tutto ciò che di sbagliato aveva ereditato l'uomo del suo tempo. L'impeto dunque di un Amleto non va quindi collocato, secondo gli autori di Shakespeare 450, nell'ottica di una conoscenza che da divina si fa umana, ma piuttosto nella massima entelechia del carattere più proprio dell'uomo, all'interno di quell'inquietudine esistenziale in cui Boncinelli rintraccia l'anticipazione dell'esistenzialismo novecentesco, confermando la grande attualità di un autore sempre al passo con i tempi, anche dopo oltre 4 secoli.