I funerali di Dario Fo: la camera ardente in teatro

Il 13 ottobre 2016 se n’è andato un grande personaggio del panorama culturale italiano, un uomo che ha sempre rifiutato di farsi inquadrare e che fino alla fine è rimasto libero, veramente e profondamente libero, in un mondo e in un Paese in cui questo aggettivo sembra svuotarsi di significato ogni giorno di più.

Si tratta ovviamente di Dario Fo, nato nel 1926, che ha attraversato decenni di storia italiana al fianco della sua compagna di vita, Franca Rame, scomparsa solo qualche anno fa. Fo ha dedicato tutta la sua vita al teatro; nemmeno negli ultimi mesi, anche se era malato, vecchio e stanco, aveva voluto abbandonare il palcoscenico dove, dicono tutti, era come se riacquistasse giovinezza, nerbo e vita. Ateo dichiarato, era quasi scontato che la sua camera ardente non sarebbe stata allestita in un luogo qualunque, ma lì dove si era svolta anche la parte preponderante della sua esistenza, in teatro. Più esattamente, la sua bara è stata depositata allo Strehler di Milano. L’allestimento è stato minimalista, ma di effetto. Vicino alla bara c’erano i fiori donati dal Presidente della Repubblica; ritti ai due lati del feretro i Carabinieri in alta uniforme. Dietro c’era una grande foto di Fo, messa su un cavalletto. Nella foto è ritratto con un pennello in mano, difatti si era formato all’Accademia di Brera e la pittura era un’altra sua grande passione, oltre alla recitazione. Ad accogliere i visitatori che sono accorsi per un ultimo omaggio c’era il figlio di Dario, Jacopo, arrabbiato soprattutto per il fatto che gli onori che suo padre meritava in vita gli sono stati conferiti solo dopo la morte. Ma questo purtroppo accade assai spesso in Italia, quando un personaggio rifiuta di farsi inquadrare dal potere costituito e non si vende al migliore offerente. Diventa scomodo, e la morte in qualche modo lo neutralizza, e comincia il processo di “normalizzazione”, di assorbimento nel sistema e quindi di disinnesco del suo potere rivoluzionario. Questa infatti è la sensazione che prevaleva nella camera ardente. Le persone che sono andate a salutare Fo, in fondo, non erano tante quante ci si poteva aspettare. Si trattava degli amici più intimi, quelli delle vecchie battaglie, gli ex sessantottini i cui ideali sono stati distrutti dalla vita. Nel quaderno delle firme i messaggi che si leggevano erano per lo più memorie, ricordi, rimembranze di tempi passati che forse con la morte di Dario Fo sono finiti in modo definitivo. Tante le belle parole che sono state usate: il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini ha detto che si cercherà di onorare la memoria, soprattutto il lavoro d Fo, e il sindaco di Milano, Beppe Sala, che la città darà vita a delle iniziative per ricordare questo artista. Ma sono suonate tutte come parole vuote, di cui forse lo stesso Fo avrebbe riso. Lui aveva sempre rifiutato i riconoscimenti ufficiali: anche il Nobel, il premio più prestigioso e importante da lui ricevuto, sembra essere stato solo un episodio che non veniva ricordato con frequenza, e che anche oggi sembra non avere importanza. Tra i tanti fiori che sono stati depositati vicino al feretro di Fo c’era anche un mazzetto di peperoncini, l’omaggio più originale e vero al suo spirito caustico, mai pago, sempre alla ricerca della verità. Il giorno seguente i funerali di Dario Fo si sono svolti sotto la pioggia, davanti al sagrato del Duomo di Milano. Per lui hanno parlato l’amico di una vita, Carlin Petrini, e il figlio Jacopo. Alla fine una banda di strada ha suonato “Bella Ciao”.