Il teatro come riabilitazione sociale

Il teatro al giorno d’oggi viene spesso considerato un’arte secondaria e minore, o una semplice forma di intrattenimento per appassionati. In realtà il teatro ha una vocazione sociale molto più profonda, che si esplica nella sua capacità di mettere a nudo o, per dirla con maggior proprietà di linguaggio, di mettere in scena alcune delle più oscure profondità dell’animo umano.

Il teatro permette all’uomo di ritrovare se stesso anche in situazioni aberranti, anche quando la dignità umana sembra ridotta ai minimi termini ed essere dunque irrecuperabile. Tale è il valore di recupero sociale del teatro che non stupisce apprendere come molto spesso all’interno delle carceri si propongano ai detenuti dei percorsi teatrali, in cui potersi mettere in gioco, sviscerare la propria interiorità, e magari ritrovarsi al di là del delitto commesso e della colpa da espiare. Se il teatro è una forma d’arte catartica per tutti, lo è ancora di più per chi porta un così grave peso, per chi si vede privato della libertà e spesso trascorre la maggior parte del suo tempo a guardarsi dentro, interrogandosi senza trovare risposte. Ci sono molte storie di percorsi teatrali “dietro le sbarre”, alcuni più noti, altri meno. Ad esempio, nella Casa di Reclusione di Volterra Armando Punzo da oltre trent’anni dirige la Compagnia della Fortezza; a Rebibbia invece lavora Fabio Cavalli, il cui impegno è stato portato alla conoscenza di tutti da un film girato nel 2012 dai fratelli Taviani, “Cesare deve morire”. Ci sono poi realtà più piccole, che godono di minor risonanza ma non per questo sono meno importanti. Sempre a Rebibbia, però nella sezione femminile del carcere, è attiva la compagnia Le donne del muro alto di Francesca Tricarico, che il giorno 27 marzo 2017, in concomitanza con la Giornata Nazionale del Teatro in Carcere, ha messo in scena la sua “Amleta”. Come si può facilmente dedurre dal titolo si tratta di una rivisitazione in chiave femminile di una delle più note tragedie del drammaturgo William Shakespeare, “Amleto”. Questo dramma si adatta particolarmente bene alla condizione del detenuto, che sovente si interroga sulla sua esistenza e sul senso che essa ha, o sulle conseguenze che ogni nostro singolo gesto può avere. Nella rivisitazione vengono portati sul palcoscenico solo alcuni atti, riletti dal punto di vista delle donne; alla rappresentazione erano presenti tanti spettatori, soprattutto altre ospiti del carcere pronte a dare sostegno alle loro compagne. Assistendo a questa rappresentazione, così come ad ogni altra pièce teatrale realizzata da detenuti, si capisce quanto elevato sia il lavoro di riabilitazione che il teatro compie sugli animi umani. Al giorno d’oggi però si registra una singolare e drammatica contraddizione. Mentre si da tanta importanza al recupero dei luoghi, che si tratti di spazi verdi abbandonati e lasciati al degrado e all’incuria, o di beni culturali bisognosi di restauri e tutela, appare del tutto trascurata la necessità di prestare cura e attenzione al recupero dell’anima degli uomini. I detenuti non sono persi per la società: sono solo persone che hanno commesso uno sbaglio e che potrebbero dare ancora un grande contributo attraverso l’acquisizione di una nuova consapevolezza, che il teatro può aiutare a raggiungere. Purtroppo però questi progetti di laboratori teatrali devono spesso sostentarsi da soli, contro l’assenza dello Stato che non ritiene importante contribuire a portare avanti il lavoro di chi cerca di ispirare un nuovo anelito alla libertà in tutti coloro che l’hanno perduta.