Il teatro in carcere

La funzione sociale e formativa del teatro è ben nota, e non stupisce dunque che qualcuno abbia pensato di usarla anche all’interno delle carceri italiane. L’espressione teatrale può aiutare una persona che venga da un trascorso di violenza o disagio a ritrovare un nuovo rapporto con se stesso, con il proprio corpo ma anche con la propria spiritualità e creatività.

Per un detenuto così può essere importante assistere ad un’opera teatrale, un momento non solo di svago ma di apertura verso un mondo esterno che per il momento gli è precluso, ma può essere interessante anche mettersi in gioco in prima persona. Questo è quello che hanno pensato il CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione per gli Adulti) “Alberto Manzi” in collaborazione con il Teatro del Pane e la Fondazione Benetton Studi e Ricerche, decidendo di coinvolgere i detenuti della casa Circondariale di Treviso in un progetto che prevede diversi appuntamenti, e che trae origine da una precedente esperienza. Come racconta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton, l’anno scorso si era già fatto un primo tentativo. Presso il Carcere Santa Bona era stato messo in scena lo spettacolo “Ritorni”, una piéce che parlava delle conseguenze della guerra in Bosnia Erzegovina soprattutto attraverso le esperienze di alcune persone che, terminato il conflitto, cercavano di ricostruire un tessuto di pace, collaborazione, accettazione. Il riscontro da parte dei detenuti era stato davvero entusiasmante, visto che a loro era stato concesso non solo di assistere alla rappresentazione, ma anche di conoscere e parlare con il primo attore e uno dei personaggi reali che avevano ispirato la vicenda. Il riscontro positivo da parte degli spettatori era continuato anche in seguito, con lettere e dimostrazioni di apprezzamento. Si è capito dunque come il teatro riesca a parlare ad una parte molto profonda di queste persone, solitamente così restie ad aprirsi nei confronti di sconosciuti. Il nuovo progetto prenderà il via il 27 gennaio con una rappresentazione teatrale messa in scena dal duo comico formato da Andrea Appi e Ramiro Besa, ovvero “I Papu”; il 3 febbraio sarà la volta di Andrea Pennacchi. Sono inoltre previsti altri due spettacoli il 10 e il 17 marzo. Ma il vero fulcro dell’intero progetto non sta tanto nelle rappresentazioni frontali, quanto nel coinvolgimento diretto degli spettatori. Infatti ogni settimana, per quattro settimane tra febbraio e marzo, gli ospiti della Casa Circondariale verranno coinvolti in un laboratorio teatrale. A dirigerli saranno Mirko Artuso, direttore artistico del Teatro Del Pane, e Suelo Faganello, fisioterapeuta. Lo scopo dei laboratori sarà quello di permettere ai detenuti di esprimersi in libertà attraverso il linguaggio del corpo e in base alle proprie personalità, senza alcun tipo di costrizione ma in modo sempre proficuo, al fine di permettere loro di tirare fuori tutto quello che tengono chiuso in fondo all’anima. Orazio Colosio, dirigente scolastico del CPIA, sottolinea quale sia l’aspetto innovativo di questo progetto. Se il “teatro nelle carceri” non è una novità, ciò che è inusuale rispetto ad altre esperienze simili è proprio la chiamata in causa diretta del detenuto. Questo può definirsi una sorta di esperimento, per verificare se e in che misura l’esperienza teatrale possa avere anche uno scopo riabilitativo a livello comportamentale, se possa aiutare il reinserimento nella società di chi ne è stato tagliato fuori per lungo tempo. Dopo il progetto nelle carceri, è già stato previsto anche un esperimento simile nelle scuole che si terrà nell’auditorium della Fondazione Benetton.