La situazione del teatro in Italia: verso spettacoli commerciali

Il 2015 si prospettava, per tutti coloro che operano nel mondo del teatro, come un anno di ripresa, grazie alla riforma messa in atto dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini. In realtà, i provvedimenti presi dal Governo sembrano aver sortito l’effetto contrario; o piuttosto, oggi si riesce ad apprezzare davvero quali fossero gli obiettivi delle nuove norme imposte.

Il fulcro della riforma era l’istituzione di teatri nazionali e teatri d’interesse culturale. Queste strutture venivano individuate tra le più grandi, quelle capaci di raccogliere un pubblico maggiore, e sono queste strutture che sono state privilegiate in sede di erogazione fondi. Quindi, la direzione verso cui ci si muove appare sempre più chiara: l’intento è di togliere i finanziamenti pubblici ai teatri, di uccidere quelli più piccoli, che non sono in grado di concorrere con strutture più articolate e meglio gestite, e di rendere il teatro una realtà prettamente commerciale, né più, né meno che la televisione. La conseguenza (o il pensiero che sta a monte) di tutto questo è ben evidente: ovvero il teatro è stato completamente privato del suo senso civico, del suo ruolo formativo nei confronti del pubblico, per essere considerato una delle tante forme di intrattenimento. Non solo: una forma di intrattenimento di nicchia, qualcosa che ha importanza per pochi e che quindi lo Stato non può e non deve sovvenzionare. Tutto questo è stato denunciato in un pamphlet che circola nell’ambiente teatrale da qualche tempo, scritto da Attilio Scarpellini, critico teatrale, e Massimiliano Civica, regista. Il libello si intitola “Fortezza vuota”, e punta il dito contro la sistematica operazione di svuotamento del teatro del suo ruolo storico, ovvero di luogo di incontro, di creazione di società e di valori condivisi. Spingendo i teatri a puntare tutto sugli incassi, nella necessità di sostenersi economicamente, si spinge anche ad una produzione di minore qualità, che ricalchi gli stilemi televisivi. Inoltre, si spinge la gente di teatro ad abbandonare il teatro attivo (regia o recitazione) per trasformarsi in manager o contabili, sempre alla ricerca di sovvenzioni o sponsorizzazioni. L’altro versante su cui si sta lavorando per la distruzione del teatro nel suo senso profondo, sempre secondo Scarpellini e Civica, è quello del pubblico. Il pubblico è stato mano a mano diseducato ad avere un rapporto reale e attivo con il palcoscenico. I testi teatrali vengono ridotti a mera letteratura, a scuola vengono fatti leggere drammi o commedie ma non viene mai concretamente mostrato com’è il lavoro sul palco, o dietro le quinte. Un esempio di quanto questo processo sia preoccupante è rappresentato dalle dimissioni di Valentina Valentini, che nel 2011 era stata nominata direttrice del Centro Teatro Ateneo dell’Università La Sapienza di Roma. La Valentini ha motivato la sua decisione nel fatto che si è ben presto resa conto che il centro, nato come luogo di sperimentazione e formazione didattica, ora è stato trasformato in un mero centro servizi, qualcosa di completamente diverso, da cui lei ha voluto prendere le distanze. In definitiva il teatro, come altre istituzioni culturali, in Italia ormai è considerato una realtà marginale, che quindi non rientra nelle decisioni o nelle preoccupazioni della politica. Diversamente invece accade in altri Paesi europei, come la Francia o il Belgio, dove invece negli ultimi decenni si è costruita una nuova offerta teatrale moderna e vitale.